Tributo immobiliare, Catasto e “federalismo”

Catasto immobili
I Comuni, dunque, sembrano avere raggiunto – al di là delle scaramucce di facciata – un accordo col Governo. Avranno il tributo locale sugli immobili e, magari, anche il Catasto.
Ma, a questo punto, si tratta di stabilire se il nostro Paese voglia continuare ad essere uno Stato di diritto o no. Non si risponde adeguatamente a questo interrogativo, se non si affronta e non si prende posizione sul fatto che qualsiasi intervento in tema di trasferimento ai Comuni di funzioni catastali debba essere preceduto – dopo, l’impresa non sarebbe neppure pensabile – dall’analisi e dalla soluzione di alcuni gravi problemi che affliggono il settore catastale.
Da quello della necessità di rendere note a contribuenti e professionisti le unità immobiliari tipo previste dalla legge (con le quali devono essere confrontate le singole unità immobiliari ai fini del classamento), a quello della mancanza di trasparenza della procedura informatica per le denunce di accatastamento e di variazione catastale dei fabbricati (cosiddetta procedura Docfa); da quello dell’impossibilità, per i contribuenti, di impugnare nel merito le tariffe d’estimo, a quello dell’opportunità di condividere con le categorie interessate – come facciamo per gli studi di settore – le quotazioni rilevate dall’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia del territorio.
Tutto questo, sino all’ormai annoso (e vergognoso) problema della attuale vigenza di un Catasto fondato su un sistema (patrimoniale) giudicato legittimo dalla Corte costituzionale solo in quanto transitorio (ma è tale, oramai, da più di un quindicennio!). Qualsiasi perequazione catastale e qualsiasi anche minimo grado di giustizia tributaria sono – nonostante ogni proclamazione al proposito – all’evidenza escluse, senza la prioritaria risoluzione delle questioni ricordate.
